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San Felice
vescovo e martire
Patrono della città e diocesi di Nola
Nel sito della Compagnia di San Paolino non poteva mancare una sezione dedicata a San Felice, Patrono primario di Nola, che una tradizione ab immemorabili venera come primo vescovo e martire della Chiesa locale. San Paolino ne è il tredicesimo successore nella serie dei vescovi nolani. La città di Nola si onora di una storia cristiana quasi bimillenaria e, nei suoi Santi Patroni, Felice e Paolino, trova l’eloquente compendio della più autentica testimonianza cristiana: il sangue versato del vescovo Felice e la carità eroica del vescovo Paolino.
Il culto del Santo
San Felice martire è venerato, secondo una tradizione immemorabile, come primo vescovo e protettore della città di Nola.
Il suo nome, con la motivazione della solennità che lo riguarda, compare in tutti i martirologi storici, cioè in quei libri liturgici che riportavano, per ogni giorno dell’anno, gli anniversari dei martiri, e in seguito dei santi in genere. Il martirologio Geronimiano (VI sec.) alla data del 27 luglio ne ricorda l’ordinazione episcopale; il Calendario Marmoreo di Napoli (IX sec.) ne fa menzione al 20 luglio. Dalla fine del IX sec. la sua memoria è fissata alla data attuale del 15 novembre.
Il racconto del martirio di San Felice vescovo è rinvenibile in alcune Passiones medievali, ovvero quei testi narrativi che, a partire da un nucleo biografico più o meno ampio, si soffermavano soprattutto sugli elementi più toccanti ed edificanti della vita dei santi e, nel caso dei martiri, descrivevano i momenti salienti del processo e della morte. Queste Passioni sono conservate in alcuni manoscritti della Biblioteca Nazionale di Parigi e in un manoscritto del British Museum di Londra, tutti provenienti dalle abbazie spagnole di Cardeña e di Silos. Siccome questi testi già nel IX sec. vennero usati per la redazione del Martirologio Lionese, saranno, di conseguenza, almeno anteriori a questa epoca.
La narrazione contenuta in queste Passiones è del tutto simile, eccetto poche varianti, a quella che si conserva in due preziosi documenti dell’archivio storico-diocesano di Nola: la passio – contenuta nell’ufficio proprio di S. Felice del breviario manoscritto nolano del XIV sec. – e la trascrizione, voluta dal vescovo Antonio Scarampo nel corso della prima Visita Pastorale (1551), di un’antica pergamena che gli fu consegnata nel visitare la cripta della Cattedrale. La festa di San Felice è riportata anche nei Calendari mozarabici, in uso in Spagna per la Chiesa visigota, con la formula «episcopus nolensis».
L’antichità del culto sulla tomba del martire è testimoniata, inoltre, dai reperti paleocristiani risalenti al III-IV sec. (resti di affreschi, frammenti di mosaici e, soprattutto, il prezioso bassorilievo marmoreo della croce gemmata), rinvenuti nella cripta della Cattedrale di Nola, dove è custodito e venerato il suo sepolcro; significativa è anche la notizia che in Sorrento esisteva, nel VII sec., una chiesa intitolata a San Felice vescovo di Nola, il che testimonia la diffusione del suo culto nelle vicine Chiese della Campania, che come Nola, vantano un’antichissima tradizione.
Il racconto della Passione
La Passione, epurata dei più vistosi elementi leggendari, tipici dello stile celebrativo di questi testi agiografici, racconta che Felice, fin dall’età di quindici anni, sostenuto dalla quotidiana meditazione della Parola di Dio, si distinse per il dono delle guarigioni, la lotta contro i dèmoni e il coraggio nel testimoniare la fede.
Un giorno, mentre rientrava in città, due indemoniati, Demostene e Alessandro, avendo rotto i vincoli che li tenevano legati, gli corsero incontro minacciosi, ma il giovane Felice, invocando il nome di Gesù Cristo, li liberò dagli spiriti che li tormentavano. Grande fu lo stupore dei presenti e dello stesso governatore della città, Archelao, che sul momento preferì non intervenire e rimandarlo a casa. Ma il giorno successivo, istigato dai sacerdoti dei templi pagani, il governatore fu costretto ad arrestare Felice. Lo fece condurre in un tempio della città, dove i suoi soldati cercarono di costringerlo ad adorare le divinità dell’impero, ma il giovane cristiano pregò il Signore affinché facesse crollare quel tempio e fu esaudito. Alla vista di quel prodigio lo stesso Archelao volle essere battezzato e Felice fu acclamato dal popolo vescovo di Nola.
Per otto anni guidò nella pace la comunità cristiana della sua città. Nell’anno 95 d.C., sotto l’imperatore Domiziano, il prefetto della Campania Marciano lo fece nuovamente arrestare e lo condannò a essere esposto alle belve nell’anfiteatro, ma le fiere invece di divorarlo si accovacciarono docilmente ai suoi piedi, senza nuocergli affatto. Il preside Marciano, a quel punto, fece gettare il vescovo in una fornace ardente, dalla quale il Santo uscì miracolosamente illeso per l’intervento di un angelo. Dopo averlo sottoposto ad altri tormenti, Marciano ordinò che fosse decapitato insieme a trenta compagni, che, animati dal suo esempio, si erano convertiti al cristianesimo: la testa del primo vescovo di Nola rotolò sulla nuda terra.
In quella stessa notte un prete greco, Elpidio, prese di nascosto il corpo di S. Felice per dargli una degna sepoltura, ma, scoperto e inseguito dai soldati del preside, fu costretto a gettarlo in un pozzo accanto al tempio di Giove, nel luogo dove ora sorge la cripta della Cattedrale di Nola.
Il “miracolo” della Santa Manna
Ancora oggi, anche se con una frequenza e un’intensità minore rispetto al passato, attraverso una fenditura del marmo che copre il sepolcro di San Felice scaturisce un liquido trasparente, di consistenza rugiadosa, che si raccoglie in un calice e che i Nolani chiamano “Santa Manna”. La presenza della “Manna” è interpretata come segno sensibile della continua protezione del Santo Patrono e da essa in antico si traevano gli auspici sull’abbondanza del raccolto.
Lo storico nolano Gianstefano Remondini, nella monumentale opera Della Nolana Ecclesiastica Storia, composta tra il 1747 e il 1757, dedica diverse pagine al misterioso fenomeno, registrando anche alcuni significativi episodi. Racconta lo storico come qualche anno prima del suo arrivo a Nola nel 1746, era accaduto che sia il 15 novembre che nei giorni successivi dell’ottava neppure una goccia di Manna si trovasse nel calice. Siccome il mancato verificarsi del miracolo già da tutti veniva interpretato come funesto presagio, un pio sacerdote pensò di far scendere nella cripta una sua penitente, perché supplicasse il Santo di non voler lasciare tutta Nola nello sconforto. La donna si raccolse in preghiera nel succorpo (così era detta anticamente la cripta) e, apertosi dopo un’ora il cancello, fu trovato il calice pieno di Manna.
Narra ancora il Remondini l’episodio della guarigione miracolosa del cardinale Innico Caracciolo, vescovo di Aversa, devoto di S. Felice, a cui erano state somministrate, mentre era in fin di vita, alcune gocce di Manna. Lo stesso accadde il 21 marzo del 1826 al vescovo di Nola Nicola Coppola, ripresosi dal coma dopo aver bevuto alcune gocce di Manna. Quest’ultimo episodio è documentato in un apposito libro, oggi custodito nell’archivio storico-diocesano, e che registra, anno per anno, a partire dal 1753 fino al 1907, il verificarsi del miracolo nelle varie ricorrenze dell’anno (oggi solo il 15 novembre e l’8 dicembre). Oltre alla cronaca del miracolo, sono registrati anche i nomi dei molti personaggi illustri che visitarono la cripta, tra i quali sono senz’altro degni di nota Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (20 dicembre 1754), alla cui presenza si verificò straordinariamente il miracolo della Manna; Maria Elisabetta di Spagna, madre di Ferdinando II (21 ottobre 1835); il papa Pio IX e il re Ferdinando II (7 novembre 1849); di nuovo il re Ferdinando II con la regina Maria Teresa, il Principe ereditario e altri membri della famiglia reale (28 novembre 1855).
Il prodigio della statua
Nel citato volumetto, in cui è descritto annualmente il miracolo della Manna, si trova (pag. 86) la seguente nota: « Nel 26 aprile mentre si celebrava il solito triduo precedente la festività del Patrocinio di S. Felice Protettore della Città e Diocesi di Nola nella Chiesa della Pace, provvisoria Cattedrale, si osservò una forte eruzione del Vesuvio che minacciava vasta rovina. Allora cominciarono le fervorose preghiere e lagrime, singhiozzi da per ogni dove e fu generale la commozione nel vedere una grande nube pregna di cenere che sembrava volesse scaricare sopra la Città. Ma ad onta del vento che l’urtava non poté avanzarsi di un palmo restando fissa come se una mano invisibile la sostenesse. Essendosi nel contempo propagato il miracolo che la statua marmorea di S. Felice si è contorta per mettersi di prospetto al Vesuvio ed imporgli quale altro Giosuè di arrestare il suo sfogo, si videro processioni di penitenza di notte e di giorno venire a ringraziare il Santo dai paesi tutti della Diocesi anche i più lontani ».
L’annotazione, relativa all’eruzione vesuviana del 1872, fa chiaramente riferimento anche all’episodio della contorsione del monumento marmoreo del Santo, inglobato oggi nella villa comunale; secondo una relazione del canonico Raffaele Maria Longo, inviata al direttore del periodico “La Libertà Cattolica”, fu una fanciulla di umili condizioni che, mentre si trastullava nel cancello che circonda la statua marmorea del Santo, vide muoversi la statua e, temendo le potesse cadere addosso, gridò chiamando la madre che poco lontano da lei attendeva al lavoro delle funi; a quelle grida corse molta gente e tutti osservarono che il volto del Santo non era più diretto come prima verso l’occidente della città, ma verso il mezzogiorno e precisamente in direzione della bocca principale del Vesuvio. Il mattino del 15 novembre di quello stesso anno il vescovo, Mons. Giuseppe Formisano, dopo regolare processo canonico, pubblicò la sentenza con cui confermava che « la statua in marmo di San Felice, cittadino e vescovo di Nola, addì 26 aprile 1872 siasi prodigiosamente contorta nella sinistra » proteggendo così la città, minacciata dalla pioggia di ceneri e lapilli. Fu proprio a partire da questa data che lo stesso vescovo Formisano stabilì che ogni anno la solenne processione del busto argenteo del Santo facesse sosta dinanzi al monumento in segno di riconoscenza e in quel luogo si recitasse una delle antiche antifone della liturgia nolana, che comincia con le parole: Gaudeas, Nolana Civitas…
L’episodio prodigioso rimase talmente vivo nella memoria dei Nolani che, in occasione dell’eruzione vesuviana del 1906, del terremoto del 1910 e poi del 1980, centinaia di fedeli si radunarono presso il monumento per implorare la protezione del Santo.
Preghiere a San Felice
Preghiera
A Voi, prima Gemma della Chiesa Nolana, leviamo il grido di figli, sicuri di ricevere dalla vostra bontà grazie e benedizioni.
E non foste Voi per i nostri antenati il Padre affettuoso, il Pastore zelante, il munifico Benefattore? Il vostro gran cuore non può aver esaurito la vena delle sue larghe beneficenze. Voi ci avete presi tutti sotto la vostra tutela, perché a Voi sono state affidate le nostre sorti; Voi siete perciò il grande e potente nostro Patrono.
O S. Felice, fate che i vostri figli e devoti trovino nel vostro Nome una dolce risonanza di ciò che essi sperano ed aspettano.
La nostra fede, i costumi, la vita nostra siano un riflesso di quella fulgida aureola che vi meritaste colle vostre sublimi virtù di Padre e Pastore Primo di questo Gregge Nolano che è vostro.
Benedite noi, le nostre famiglie, i nostri campi, le nostre industrie; proteggeteci nelle avversità, custoditeci e difendeteci come cosa vostra. E fate che Nola si renda sempre più degna della vostra protezione, la quale sarà, come ne abbiamo piena fiducia, degna della vostra grandezza, della potenza e gloria vostra. Così sia!
† Michele R. Camerlengo, vescovo
Responsorio (Liturgia nolana del sec. XIV)
R) O San Felice, splendore d’Italia, demolitore degli idoli, soldato della schiera celeste, prezioso pegno della città di Nola, ottienici l’aiuto della grazia di Cristo, * affinché non lasciamo passare invano il breve tempo di salvezza che ci è stato affidato.
V) Ottienici l’aiuto della grazia di Cristo.
R) Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
V) Affinché non lasciamo passare invano il breve tempo di salvezza che ci è stato affidato.
Orazione
O Dio onnipotente ed eterno, unica speranza dei martiri, lode e corona dei pastori, per intercessione del tuo martire e vescovo Felice, concedi a noi propizio di professare con una degna condotta di vita la fede che egli ci ha trasmesso. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.